Per circa un anno e mezzo, tutte le volte che ho preso un treno a Roma Termini, i miei occhi si sono posati su una coppia di “senzatetto”, un uomo e una donna. Probabilmente dell’est.
Erano sempre lì.
Ad ogni mia partenza il mio sguardo incontrava quello della donna bionda e passavamo minuti a guardarci e a cercare di parlarci, senza dire niente, attraverso un vetro. Forse lei era soltanto infastidita, forse invadevo la sua privacy, forse le mancavo di rispetto. Ma per me, lei e il suo compagno, erano poesia. Ed è per questo che li guardavo come si guarda un’opera d’arte.

La mia casa a Roma Termini ha un letto e una coperta per proteggermi dal freddo.
La mia casa a Roma Termini è esposta al sole e quando piove, dentro non vi piove.
Nella mia casa a Roma Termini preparo un caffè latte per me e mio marito.
La mia casa a Roma Termini accoglie tutti, grandi, piccini, uomini, donne, di ogni etnia o religione.
Questi, però, vogliono mandarmi via dalla mia casa a Roma Termini, benché ogni giorno li accolga, tra le mie coperte e un vecchio termos.
Dalla mia casa a Roma Termini vedo abbracci, baci, sogni, speranze, disperazione, corse frettolose e valigie costose.
Dalla mia casa a Roma Termini vedo i cuori, quelli che tra le macchine e i palazzi, si perdono.
Dalla mia casa a Roma Termini vedo giudicare.
Nella mia casa a Roma Termini, però, sogno anche io.
Sogno di tornare a casa mia, sogno di vedere gli stessi abbracci, gli stessi baci e la stessa speranza. No, la speranza c’è. E non ci sarà più.
Il sogno. C’è il sogno.
Dalla mia panchina grigio scuro a Roma Termini.

Maria Elena Marsico

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