"Ma vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo." O. Fallaci

16523213_10154536644104833_1606493375_o

Per fare una libreria…

“Le cose d’ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed ascoltare”

Questo il celebre inizio della celebre canzone composta da Gianni Rodari e Sergio Endrigo: “Ci vuole un fiore”. E questo anche il magnifico segreto per poter fare, inventare o ascoltare storie. Perchè ogni cosa attorno a noi, che sia un oggetto o una persona, cela dietro di sé un racconto, bello o brutto che sia.
Oggi la storia che voglio narrarvi è la storia della mia nuova libreria.
Per fare una libreria ci vogliono le cassette della frutta, per ricevere le cassette della frutta ci vuole gentilezza e per metterle insieme ci vogliono pazienza, allegria e di nuovo gentilezza. Perché la storia della 16522120_10154536671984833_1602557535_omia libreria non parla soltanto di cinque cassette della frutta dipinte e assemblate, questa parla del fruttivendolo del mercato Trionfale e dell’altro nell’omonima via, il primo mi ha con gentilezza riservato le cassette e insegnato a portarle, vedendomi in difficoltà, nella maniera più semplice possibile. Il secondo mi ha regalato la sesta cassetta, togliendo dal suo interno le mele per metterle altrove. Questa non la vedrete per intero poiché ha ceduto le sue parti per far sì che tutte le altre stessero in equilibrio e raggiungessero la stessa altezza.
Quando ho portato a casa il “legno” ero felice, era stata una giornata piena di gratitudine, piena di “grazie mille”. Quei ragazzi mi hanno regalato la gentilezza e la generosità.
La storia della mia libreria parla anche dei miei amici che, con una bellissima curiosità, si interessavano, chiedevano e volevano sapere cosa stessi costruendo. La storia della mia libreria parla di Martina e Armida che mi hanno prestato il martello, di Fra (per alcuni Paolo) che mi ha aiutato a 16523604_10154536645444833_1857642102_otogliere la polvere del legno dall’interno delle cassette, di Monika che per prima mi ha consigliato quali cassette dovessero andare sulla base, di Chris che per una settimana ha dovuto sopportare i miei “finiamo la libreria?” e con pazienza scendeva (perché abita al piano di sopra), veniva a casa, fissava i chiodi per poter far sì che la libreria nascesse e rifiniva il tutto, creando addirittura mensole che sono diventate scarpiere, e infine il mio papà che mi ha dato preziosi consigli seguendo a distanza quest’iter, dall’acquisto del materiale alle ultime foto. (Piccola curiosità: per tutti coloro che sono stati a casa mia a Foggia, la libreria in legno del corridoio con la scrivania è stata costruita da papà… da qualcuno dovevo pur aver preso!).

La mia libreria non è soltanto mia, ha un pezzettino di ognuno, ha una STO16586849_10154536671214833_942984189_oRIA. Ed è per questo che mi piace tanto, è per questo che sto scrivendo di lei, è per questo che è nata. E’ figlia del tempo speso senza lamentele, figlia della generosità, figlia dell’amicizia, figlia della curiosità, figlia delle sere stanche dopo giornate di studio o lavoro, figlia della gentilezza, figlia di quelle piccole cose belle del mondo.
Per fare una libreria ci vogliono sorrisi.

Grazie.

“Le cose d’ogni giorno raccontano segreti a chi le sa guardare ed ascoltare”

Maria Elena Marsico

8
0
13256531_10207448513304283_6506935888665771317_n

Addio alle armi

C’è uno sport, nobile e antico. Uno sport che mi piace paragonare alla danza classica, e i miei studi mi confermano che un paragone simile non è un azzardo. E’ uno sport che si avvicina all’arte, che elegantemente si inchina a te e poi si congeda. C’è uno sport che mi ha insegnato il significato del fair play, che non guarda lo stemma sulla tuta o il cognome sul tabellone.
C’è uno sport che mi ha insegnato che una palestra può diventare una casa, e una squadra può diventare una famiglia, anche quando si lotta individualmente. Ed è questo il suo punto di forza, l’individualità all’interno di una grande squadra, che ti sostiene anche quando per te il gioco si è già concluso.
C’è uno sport che ti permette di stringere la mano con la mano sinistra ma che t’insegna la buona educazione, il rispetto e la lealtà. C’è uno sport che ti coinvolge fino agli spalti.
C’è uno sport che non ho praticato, se non per qualche giorno a caso, ma che ha fatto “touché” nella mia vita e non ho voluto mica pararlo.

C’è uno sport che è la scherma, che non importa quale sia la tua posizione nel ranking, la tua preparazione, le tue ambizioni, c’è questo sport che ti prende e ti lancia in giro per il mondo.
Ho avuto modo di accompagnare mio fratello nelle sue trasferte e con piacere andavo, ero io a volerlo. Per fare il tifo dagli spalti e dal parterre quando, furtivamente, riuscivo a introdurmi all’interno di questo. Per passare quei tre giorni in famiglia, quelle tante ore in macchina a parlare del futuro, delle gare, del passato, del pranzo e della cena, degli esami, del passaggio a Roma o il “magari torno a casa questa volta”.

La scherma mi ha dato questo, mi ha regalato più tempo con la mia famiglia quando sono andata a vivere fuori e in giro per l’Italia ci incontravamo per sostenere mio fratello, la scherma mi ha regalato forti emozioni, mi ha fatto sentire preparata, patriottica. Mi ha fatto seguire le olimpiadi più da vicino, almeno in uno sport. Mi ha regalato le persone che nella mia vita hanno occupato e occupano posti fondamentali.
Dagli spalti, sì, anche dagli spalti, mi ha regalato la stanchezza fisica. E la tristezza  quando, da bambino, a mio fratello qualche lacrima veniva giù, e da “grande”, quando spazio per i pianti non ce n’era più, soltanto uno sguardo severo verso sé stesso quando per me “la stoccata era tua!”, dando torto all’arbitro.

La scherma mi ha insegnato che in pedana ci si stringe sempre la mano, indipendentemente dagli episodi che la vita decide di trasmettere. La scherma però mi ha insegnato anche che, fuori dalla pedana, si va negli spogliatoi e, anziché stringersi la mano, ci si abbraccia. Per fare pace, per scusarsi, per chiarirsi perché d’altronde si è cresciuti insieme.
La scherma mi ha insegnato che può piacermi davvero tanto uno sport.
La scherma mi ha insegnato che non esistono limiti, che il diverso non c’è, che dentro e fuori la pedana si è tutti schermidori, tutti esseri umani.
La scherma mi ha insegnato la forza di volontà.
La scherma mi ha fatto applaudire, congratulare, come una spettatrice a qualsiasi spettacolo.

Perché per me la scherma è stata questo: un grande spettacolo durato dodici lunghi anni. Il protagonista era mio fratello, attore di quello che per me è lo sport più bello di tutti, e io ero lì a sostenerlo, a immedesimarmi nella storia, sbirciare da dietro le quinte, conoscere gli altri attori, parlare di quello spettacolo e spargere la voce.

Ora, però, Gaetano, mio fratello sciabolatore, ha deciso di cambiare palcoscenico e di accendere qualche faro in più, di cambiare le nostre poltrone e renderle più morbide. Dedicherà sé stesso alla recitazione, al cinema, portando con sé i valori che soltanto uno sport così nobile può lasciare.
Il suo “Farewell to Arms” (citando il romanzo di Hemingway “Addio alle Armi”) è un po’ anche il mio, lui depone le sciabole, e lo faccio anche io. Io che ho aiutato a portare quelle “armi” in giro per l’Italia e in giro per il mondo.

Il mio ultimo ringraziamento va a te quindi, Gaetano, per aver tirato di scherma anche quando eri demotivato, per non aver mai abbandonato la pedana quando il gioco si è fatto più duro, grazie per i tuoi buoni risultati e per aver fatto sì che anche io entrassi nel tuo mondo fatto di sciabole, spade e fioretti.

Sta per cominciare un nuovo assalto, è tutto tuo.. ed è la tua pedana della finale.

In guardia, pronto, a te.
Tua sorella, dagli spalti, dalle quinte.

Maria Elena Marsico

19
0
16107992_10154473753694833_790872587_o (2)

Le case di nessuno

Della frazione di Santa Giusta, Amatrice era madre. Insieme guardavano le montagne e cucinavano piatti prelibati, ospitavano famiglie e bambini. Si scambiavano falchi e cervi, non facevano rumore per non disturbare i cinghiali. Avvolte dalla natura si guardavano complici, aspettando una stagione fatta di bianco, camini accesi e case calorose.
Avvolte dalla natura, da questa sono state colpite a morte, mentre in un tenero abbraccio si stringevano.
Oggi in quell’abbraccio si stringono quei pochi cuori rimasti, oggi più che mai, oggi che fa più freddo.
Oggi ad Amatrice come a Santa Giusta, ci sono le macerie nascoste da quello che porta questa fredda stagione. Macerie che un tempo ospitavano respiri e risate.

Read More

3
1
Mare e Sabbia

Mare e Sabbia

Era il mare. La sabbia e le onde. E il cielo vegliava su quella breve unione, quell’eterno incontro, osservandolo.

L’acqua lasciava un po’ di sé e Sabbia, ormai divenuta parte di Mare, assorbiva tutto quello che vi era rimasto. Intrappolava le conchiglie e il rumore, la voce del suo amato dentro quelle piccole pietre curve e vuote.

Tutte le sere Mare incontrava Sabbia, tutte le mattine Mare la carezzava per poi lasciarla sola nell’attesa di una nuova unione.

Read More

3
0
stazione-termini-tSa-1000X500

La mia casa a Roma Termini

Per circa un anno e mezzo, tutte le volte che ho preso un treno a Roma Termini, i miei occhi si sono posati su una coppia di “senzatetto”, un uomo e una donna. Probabilmente dell’est.
Erano sempre lì.
Ad ogni mia partenza il mio sguardo incontrava quello della donna bionda e passavamo minuti a guardarci e a cercare di parlarci, senza dire niente, attraverso un vetro. Forse lei era soltanto infastidita, forse invadevo la sua privacy, forse le mancavo di rispetto. Ma per me, lei e il suo compagno, erano poesia. Ed è per questo che li guardavo come si guarda un’opera d’arte.

Read More

3
0

Page 1 of 4