"Ma vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo." O. Fallaci

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Foto protesta riders

Con in spalla cubi pieni di riscatto

Un articolo-inchiesta sul No Delivery Day per Urbino e oltre

Il contesto

Provate a pensare a un termine per descrivere la vostra città, o una città qualsiasi del nostro Paese, come fosse uno scatto che portereste a casa stasera da un’uscita con una macchina fotografica al collo. Viene immediato, quasi scontato: vuoto.

Vuoto è un vocabolo per definizione ambivalente: sia aggettivo che sostantivo, fisico e al contempo adatto anche ai discorsi sull’emotività umana. Una parola che definisce una condizione sentimentale o psichica di comprensione quasi universale, ma che allo stesso tempo inquadra perentoriamente anche lo stato materiale in cui, ormai da tempo, si trovano le piazze, gli spazi pubblici e i luoghi di cultura, spettacolo, incontro e condivisione che in altri tempi sarebbero adibiti a riempire l’anima di chi le città le vive. Salvo rare eccezioni, s’intende.

Le rare eccezioni che potreste fotografare stasera – ma anche in qualunque altro giorno – nelle interiora delle nostre città, per le vie talora anguste, talora ampie e trafficate, hanno giacche o pettorine e i pantaloni da lavoro. Si muovono soli, veloci e silenziosi e arrivano nei vasi capillari dei nostri corpi urbani, le case, dove per forza di cose ora si ritrova tutto il sangue delle pulsioni sociali e collettive. Loro sono i fattorini delle consegne a domicilio, i riders.

I riders e il cubo

Il lavoro che fanno i riders è stato a più riprese definito come il concetto contemporaneo di schiavitù legalizzata. Sfaccettatura di quello sfruttamento implicito in una logica professionale tipica del capitalismo di oggi, impone di sottostare e dover rispondere alle esigenze di efficienza di un algoritmo alienante e spersonalizzante.

Nonostante ciò, i riflettori su di loro si sono aperti, negli anni passati, principalmente per testimoniare le tragiche notizie di alcune delle loro giovani vite spezzate da incidenti stradali. Addirittura La Stampa, qualche mese fa, tentò – maldestramente – di dipingere questo lavoro come un’opportunità unica di vivere una vita felice e appagante senza alcun tipo di tutela sindacale, senza una paga minima garantita e anche in assenza delle tutele sanitarie del lavoro subordinato al tempo della pandemia.

In questa foto dai contorni aridi e amari si può, tuttavia, trovare un elemento che si colloca in perfetta contrapposizione con tutto questo: il cubo delle consegne, portato sulle spalle dai riders. Attraverso il vuoto delle città, quel cubo viaggia pieno. Pieno di cibo ma non solo, pieno di merci, di beni dal consumo immediato o quasi.

Oggi, venerdì 26 marzo 2021, quel cubo è più che mai pieno di quella voglia di riscatto, giustizia sociale e solidarietà che si sostanzierà, in oltre 30 città italiane, nello sciopero nazionale dei fattorini delle piattaforme online. Urbino non sarà una di quelle città, ma con questa inchiesta-lampo, realizzata in pochi giorni in forma esclusivamente virtuale per via delle restrizioni alla libera circolazione, si vuole cercare di riempire almeno la piazza digitale e di dare voce alla visione e al pensiero sul tema di chi sta dall’altra parte del lavoro di consegna a domicilio, ovvero chi ordina a casa.

I dati

La ricerca ha coperto un campione di 90 persone di varie fasce d’età, provenienza e occupazione. Tutti gli intervistati sono residenti o domiciliati a Urbino e poco meno del 40% ha ordinato almeno una volta cibo o altri beni di consumo a casa nel corso dell’ultimo anno. Circa i due terzi degli intervistati invece, il 63 percento, era a conoscenza del No Delivery Day. Di questi, il 96% non ordinerà cibo o altro online nel giorno dello sciopero e la quasi totalità di loro rinuncerebbe a usare quei servizi che non assicurano un adeguato standard salariale e sociale ai dipendenti.

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Conclusioni

Il sondaggio ha rivelato una generale sensibilità e consapevolezza da parte del campione di cittadini di Urbino intervistato nei confronti delle condizioni lavorative in cui versano i riders, nonché una pressoché unanime condanna alle forme di lavoro in cui essi si trovano a lavorare. Questo denota un incremento dell’attenzione su tematiche sindacali che coinvolgono una categoria rimasta, fino a qualche tempo fa, ai margini del dibattito sociale. Seppur in prima in linea sull’uscio della porta, pronta a consegnare il pranzo o la cena.

Guglielmo Maria Vespignani
Emilia Leban
Maria Elena Marsico

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In quell’ultimo

In questo trambusto, in questa guerra tra nazioni rimangono loro. Gli ultimi.
Io e il mio amico Carlos Correa Vila abbiamo scattato questa fotografia il giorno in cui Roma si è dipinta di bianco. Il giorno in cui ognuno di noi si è fermato ad ammirare i fiocchi posarsi delicatamente su quelle strade che certamente non erano pronte a tanto freddo, a tanto gelo. Ma ognuno di noi si è fermato. Ognuno di noi.img-20180226-wa0175

Tranne davanti all’ultimo.

Laddove i fiocchi, ormai divenuti ghiaccio, facevano da tappeto a una richiesta ignorata, a due mani giunte e un volto chinato. Il volto di chi nasconde tante rughe, e si genuflette in preghiera. In una preghiera che ha incontrato sordi e si è persa tra le macchine fotografiche, gli occhi stupiti e la città innevata.

In questi giorni la primavera inizia a salutare i suoi alberi e i suoi fiori per lasciare spazio alla stagione degli ombrelloni e dei raggi caldi. Ma quella signora lì il suo posto non l’avrà lasciato. Perché inverno o primavera che sia, il suo volto sarà stato ancora, ripetutamente, ignorato.

In quell’ultimo era la vita. Quella che si aggrappa per non fuggire. Quella che si aggrappa perché esiste. E’ da quell’ultimo che bisogna ripartire, sostituendo quel tappeto fatto di ghiaccio e indifferenza, che ti lacera dentro, penetra nelle ossa e ti accompagna con un tappeto di misericordia insieme all’amore.

Maria Elena Marsico

 

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Le case di nessuno

Della frazione di Santa Giusta, Amatrice era madre. Insieme guardavano le montagne e cucinavano piatti prelibati, ospitavano famiglie e bambini. Si scambiavano falchi e cervi, non facevano rumore per non disturbare i cinghiali. Avvolte dalla natura si guardavano complici, aspettando una stagione fatta di bianco, camini accesi e case calorose.
Avvolte dalla natura, da questa sono state colpite a morte, mentre in un tenero abbraccio si stringevano.
Oggi in quell’abbraccio si stringono quei pochi cuori rimasti, oggi più che mai, oggi che fa più freddo.
Oggi ad Amatrice come a Santa Giusta, ci sono le macerie nascoste da quello che porta questa fredda stagione. Macerie che un tempo ospitavano respiri e risate.

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Dopotutto, domani è un altro anno!

“Dopotutto, domani è un altro giorno” recitava Rossella in “Via col vento”, con gli occhi colmi di speranza, dopo tante lacrime versate. Oggi, 31 dicembre, ripeto quella celebre battuta finale dicendomi che non solo domani sarà un altro giorno, domani sarà un altro anno. E via col 2015.

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L’attentatore

Non si muoveva. Quell’uomo non si muoveva, più.
Quando sono entrata nel treno della metropolitana avevo guardato tutti.
C’era una ragazza con gli occhi chiari e le cuffie bianche, grandi, forse troppo per il suo piccolo e magro viso. Mi guardava, ma forse non guardava me.
Ricordo anche tre bambini asiatici, con la mamma e il papà. Sorridevano, giocavano. Erano allegri.

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