Roma, Acqua Acetosa. 21 gennaio 2016

Due grandi occhi verdi che spiccano tra la folta barba e il cappellino bordeaux, la divisa della Nazionale italiana di scherma, ed è così che si presenta il 23enne Enrico Berrè, campione italiano in carica di scherma, nonché campione del mondo.
Ci diamo appuntamento all’Acqua Acetosa, dove in questi giorni si tiene il ritiro internazionale pre mondiale, ed è lì che dopo l’intervista si dirigerà il nostro giovane campione (dopo aver adempiuto i suoi doveri da studente in Scienze Politiche e aver sostenuto l’esame di statistica).
Ci sediamo in un bar e davanti ad un caffè, Enrico, decide di raccontarsi, un po’ infreddolito ma nonostante questo, gentile e disponibile.

“Sì sta registrando.

Ciao a tutti, sono Enrico.

Iniziamo “l’esame” con la prima domanda:
In questi giorni ho studiato un po’ quello che stai facendo e ho scoperto che sei in ritiro internazionale, in preparazione per il trofeo Luxardo che si terrà la settimana prossima a Padova.

Esattamente. Il trofeo Luxardo è la tappa italiana del circuito di coppa del mondo, è una tappa importante perché è di qualificazione olimpica e quindi un atleta ci tiene doppiamente, sia perché è in Italia, e davanti al proprio pubblico si vuole sempre far bene, sia perché porta punti importanti per qualificarsi a Rio. In questo ritiro ci sono molti stranieri ed è sempre bello confrontarsi con atleti di altre nazioni, perché tirare sempre con gli stessi ragazzi a volte fa perdere un po’ di stimoli. Io mi sento abbastanza bene e cercherò di fare il mio meglio. Due anni fa feci un buon risultato al Luxardo, arrivai terzo, e vediamo un po’ quest’anno come andrà!

Stai anche studiando gli avversari, in questo ritiro?

No, purtroppo non si possono studiare perché è casuale la cosa. Non c’è un tabellone giorni prima, facciamo il girone e sappiamo con chi tirare. Studiare tutti gli avversari è un po’ difficile. (ride ndr)

Qual è, allora, l’avversario che temi di più? Nazionale e internazionale!

L’avversario che temo di più… Quando sei in coppa del mondo, tirare con gli italiani non è mai piacevole. Il derby è un match molto sentito, molto difficile da affrontare, spesso i valori si assottigliano: se un atleta di prima fascia s’incontra con uno di seconda fascia, non è sempre scontato il risultato. Il derby è un match che eviterei volentieri!
Per quanto riguarda l’estero, i campioni provengono soprattutto dalla Russia, poi ci sono i coreani, l’ungherese che è il campione in carica, il campione olimpico…

Chi è?

Szilágyi, un ragazzo abbastanza giovane che ha vinto le olimpiadi nel 2012 e ha il record come il ragazzo più giovane che abbia vinto le olimpiadi, ha 22 anni. Però, vabè, nella mia carriera ho battuto anche atleti di primissimo livello quindi se ho fiducia in me posso battere chiunque, e se tiro male posso davvero perdere con chiunque. L’avversario peggiore potrebbe essere… me stesso, se dobbiamo dirla tutta.

Per quanto riguarda la scherma nel quotidiano, come la applichi? Ci sono degli aspetti, valori, che la scherma ti ha insegnato e porti con te, ogni giorno?

Sì, la scherma è uno sport atipico, poco conosciuto e poco praticato. Quando da piccolo dicevo che facevo scherma, sgranavano gli occhi…

Facevi fioretto, inizialmente, giusto?

Facevo fioretto, esatto. La scherma è uno sport che mi ha insegnato molti valori come il rispetto per l’avversario, per l’arbitro, per il maestro che lavora con te ed è, come tutti gli sport, d’aiuto per toglierti da quelle situazioni difficili che possono essere le situazioni di strada, le amicizie sbagliate, specialmente intorno ai 15, 16 anni…

Consigli, quindi, di iniziare a praticare uno sport fin da subito…

Io ho cominciato a sette anni, e quando ne hai 14, 15, stare dentro una palestra può essere difficile, perché, comunque sia, hai la testa da un’altra parte. Però adesso mi rendo conto che è stato importante per me, per non cadere in frequentazioni o abitudini sbagliate.

“Per aspera ad astra”, dicevano i nostri latini.. attraverso i sacrifici, si raggiungono le stelle. Quali sacrifici si fanno con la scherma e quali gioie si ottengono, anche quando magari il risultato non è dei migliori?

I sacrifici sono tanti. Se così possiamo chiamarli. Perché comunque sia alla fine facciamo uno sport che dev’essere prima di tutto divertimento. Il sacrificio, specialmente quando sei più giovane, è che rinunci a tante cose con i tuoi amici d’infanzia, quindi quando sei piccolo manchi a tante feste, diciottesimi, a delle uscite perché tu sei in giro per l’Italia a fare la tua gavetta. Ma alla fine vieni ripagato. Arrivano i risultati. Nel mio caso, in maniera non arrogante, le mie soddisfazioni a 22 anni me le sono tolte…

Ed è per questo che ti sto intervistando! (rido)

Raggiungere determinati risultati e determinate medaglie, sono cose difficili da descrivere e ripagano ogni minuto speso in palestra. Per i ragazzi che non arrivano ad alti livelli penso sia stato un percorso importante nella loro vita, perché ha fatto fare loro amicizie che si porteranno per tutta la vita. Ad esempio, io il sabato sera esco con gli amici che ho conosciuto in palestra, con il gruppo della nazionale. Ora come ora siamo in competizione perché le olimpiadi ti mettono l’uno contro l’altro, non avendo la gara a squadre. In teoria saremmo nemici ma non riusciamo ad avere questo rapporto di odio tra di noi e ci frequentiamo anche fuori dalla palestra. I sacrifici in questo sport vengono ripagati sia grazie ai risultati sia grazie ai valori che ti può dare. Arrivi a 22 anni sapendo affrontare la vita..

Devi tanto alla scherma quindi…

Davvero tanto. 11017862_10206507378108905_6167364304620467238_n

Sei arrivato numerose volte in finale, e penso che questa sia un po’ come uno spettacolo. I riflettori e gli sguardi delle persone puntati su di te, sulla pedana della finale. Quali sono le tue emozioni in quel momento? Che percezione hai del mondo intorno a te? Hai un po’ paura?

Questione di abitudine. Il primo ”palcoscenico” importante all’inizio può destabilizzare, ti ritrovi con tutte le persone che ti guardano e che attendono da te un determinato risultato, hai paura di fare una figuraccia, mille emozioni in quel momento. Col passare del tempo acquisisci esperienza e maturità. In quel momento devi pensare solo a chi hai davanti e cioè l’avversario, tutto ciò che c’è intorno, pubblico, televisione, arbitro, non devi pensarli. Se inizi a pensarci è il modo migliore per fallire alla grande. (ridiamo ndr) Devi mettere i paraocchi, la maschera, fare la tua scherma.

E quando appunto tiri giù la maschera, in preparazione, prima del “pronti a voi”, a cosa pensi? Alle mosse che andrai a fare?

La sciabola a differenza delle altri armi, è una disciplina più istintiva. Nella spada, ad esempio, nel corso dell’azione pensi a cosa fare, nella sciabola devi preparare prima la stoccata. A seconda di chi hai davanti devi saper fare una cosa piuttosto che un’altra. Prima dell’azione devi essere focalizzato sul voler fare quella determinata cosa e non devi pensare alle contromosse che potrebbe fare l’avversario. Sono dell’idea che una persona debba essere sicura dei suoi mezzi. Se sono sicuro, faccio quell’azione, se non lo sono devo avere la lucidità mentale di cambiare a seconda di come si evolve il match.

Il segreto del successo!

E’ molto più facile dirlo che farlo!

Ed è per questo successo che sei entrato a far parte della nazionale, giovanissimo. Il tuo debutto?

Sì ho iniziato con la sciabola la mia carriera importante.

Più adrenalinica la sciabola del fioretto?

Io l’ho cambiato per una questione di entusiasmo, ho fatto fioretto da 7 a 16 anni ed ero mediocre, non avevo risultati, mi stavo disinteressando alla scherma. Poi per fortuna un maestro, Vincenzo Castrucci, mi chiese di provare sciabola e da quel momento è stato un susseguirsi di risultati. Ed è diventato un vero e proprio lavoro, a partire dalla nazionale under 20.

Il tuo debutto in nazionale?

Il mio debutto è stata una gara di coppa del mondo in Germania, under 20. Arrivai tra i primi otto, non so come, poi da lì a poco vinsi l’europeo under 20, una serie di risultati che hanno fatto sì che mi arruolassi nella guardia di finanza, che è un po’ un sogno: tu vieni retribuito per fare quello che ti piace, quale cosa migliore se non questa. Cerco di portare avanti i colori della nazionale e delle fiamme gialle.

E a proposito delle fiamme gialle, tu, essendo cresciuto nel mondo della scherma, magari hai sempre pensato di voler entrare a far parte di un gruppo sportivo. Ma se non ci fosse stata la scherma avresti preso in considerazione l’idea di indossare una divisa e di entrare in un corpo armato?

Loro mi hanno arruolato in un momento in cui non pensavo ancora a cosa avrei voluto fare da grande. Avevo 17 anni quando arrivò la chiamata e sinceramente non avevo pensato al mio futuro, quindi non mi ero mai posto la domanda, poi però quando mi hanno chiamato le fiamme gialle sono stato subito entusiasta perché è un corpo che mi ha sempre intrigato quindi ho detto sì. Ho fatto le visite e sono entrato. Sono già più di 4 anni che sono dentro e mi trovo bene.

In nazionale invece i tuoi compagni di squadra sono campioni come Aldo Montano, Diego Occhiuzzi e Luigi Samele. Con loro come ti rapporti? Trai insegnamenti da loro? Li vedi un po’ come maestri?

Sono entrato in una palestra di campioni, con la massima umiltà prendevo tutto ciò che potevano insegnarmi, quando poi sono arrivato ai loro livelli, se così possiamo dire, è stato sorprendente. C’è stato un periodo nel 2014 in cui noi eravamo 5° 6° 7° migliori del mondo e chi l’avrebbe mai detto, due anni prima, che sarei arrivato a quei livelli. A loro devo tanto, a Gigi (Luigi Samele ndr) tantissimo perché è stato un fratello maggiore per me che mi ha guidato in un mondo nuovo, e anche Diego (Occhiuzzi ndr) e Aldo (Montano ndr), nonostante la differenza d’età, più di 10 anni. Sono stati bravissimi a trattarmi con rispetto fin da subito, senza farmi sentire il bambino della situazione, mi hanno messo a mio agio e siamo diventati una squadra vincente e affiatata.

Per quanto riguarda le gare, qual è quella che ricordi di più? Sia in positivo, sia in negativo.

In positivo.. Una è l’europeo 2013…

Zagabria?

Esattamente, primo europeo degli assoluti, arrivavo come outsider o ancor di più, dietro l’outsider, perché ero arrivato lì, sì con merito, ma nessuno si aspettava che facessi un’ ottima gara. E lì ho capito quanto contasse la testa. Ho ottenuto un bronzo individuale e un oro a squadre, ho battuto il campione olimpico.. tutto ciò perché ero tranquillo.
Un’altra gara fondamentale per me è stata la gara a Mosca l’anno scorso, il mondiale, abbiamo vinto l’oro. Ci siamo laureati campioni del mondo, sentirsi definire “campioni del mondo” è la cosa che più mi ha dato emozioni nella mia vita. Sentire quell’inno là sopra e cantarlo con gli altri tre compagni è stato bello bello (sorridendo, con gli occhi che gli brillano e un accento romano ancora più marcato ndr).
La gara brutta a volte capita perché ti carichi di aspettative, ti senti troppo responsabilizzato. Più che una gara, un periodo brutto è stato quello della fine dell’anno scorso, era un momento in cui iniziava la qualificazione olimpica e accostare il mio nome alla parola olimpiade mi ha messo molta paura. Ho toppato qualche risultato ed è un peccato perché sarei potuto andare alle olimpiadi, anche se ora è tutto ancora aperto, per carità! Ma ora la possibilità si è ridotta… e mi dispiace perché quello non è il mio valore. Non devo fare quei risultati, li ho fatti forse perché non mi sentivo all’altezza della parola “Olimpiadi”. Se potessi, cancellerei quel periodo.

Però ti ha insegnato qualcosa.

Esattamente, serve a non commettere di nuovo gli stessi errori.

E parlando sempre di Olimpiadi… Roma 2024. Potrebbe ospitarle, la capitale italiana? Cosa cambieresti, cosa miglioreresti?

Sarebbero passati 64 anni da Roma ’60.

Quindi dici, ci tocca?

Non solo ci tocca, ma sarebbe bello dimostrare che l’Italia non è solo quello che si dice in giro, ma abbiamo qualcosa di più e lo sport in Italia è un’eccellenza e perché non ripartire da qui? Se le cose vengono fatte con criterio, possiamo organizzare qualcosa di bello. Da italiano non chiederei nient’altro che le olimpiadi in casa. Se non sarà Rio de Janeiro, punto molto a Tokyo “ventiventi” e sarà già quello il mio sogno, fare poi le olimpiadi in casa sarebbe stupendo…

Poi in casa casa, dato che sei di Roma.

Sì sono di Roma e quindi a maggior ragione. Comunque sì credo sia un progetto fattibile e interessante. Vanno rinfrescate alcune strutture, forse create delle nuove, ma i mezzi ci sono. La volontà anche. Gli atleti sono più che validi, i giovani stanno crescendo bene..

Quindi si farebbe una bella figura… ma raccontaci un po’, da aspirante atleta olimpionico, com’è la tua giornata tipo?

Chiusa in palestra! Mi alzo, faccio colazione, 3 ore e mezzo in palestra, pranzo e studio quando possibile, mi riposo e poi altre 3 ore in palestra e il weekend si parte. A volte si sta settimane fuori.

E riesci a visitare anche i luoghi che ospitano le gare?

Devo dire di sì ed è una fortuna perché una delle cose che amo fare è viaggiare. Appena posso prendo un aereo e vado in posti che non conosco. La scherma mi ha messo questa voglia, mi ha portato da Roma a New York…

Da Roma a Bangkok…

Citando ‘na canzone (ridiamo ndr). La scherma mi ha fatto vedere città bellissime, quando stai una settimana, dieci giorni, l’allenamento dura 6 ore, nel resto del tempo puoi andare a fare una passeggiata.

Dopo la tua carriera agonistica, insegnerai?

Sì. Anche perché una delle mie passioni sono i bambini. Non so chi me l’ha insegnato, ma ho un feeling con i bambini pazzesco, anche da parte loro, mi vedono come qualcosa di bello, si buttano su di me e a mia volta non vedo l’ora di vedere, ad esempio le mie cuginette, i miei nipotini , per giocarci, perché sono una fonte di gioia incredibile.

Con Olaf (personaggio del film d’animazione Frozen ndr).

Esattamente, con Olaf! Ho queste due cuginette e ogni volta che vado da qualche parte porto sempre regali perché mi fanno impazzire, i loro sorrisi sono stupendi. Quindi mi piacciono i bambini, mi piace la scherma, non c’è lavoro più bello dell’insegnare scherma ai bambini. Anzi già ho iniziato facendo un camp estivo, organizzato con Gigi e gli altri.

Parlaci di questo camp, così lo pubblicizziamo!

(ride ndr) è nata l’idea perché è una cosa bella, i bambini vedono noi campioni, con umiltà parlando, come idoli quindi perché non mettersi a disposizione. Passiamo una settimana insieme a questi bimbi di 10 anni, tra scherma e giochi, e a fine agosto è già la seconda edizione. La prima è andata stupendamente. Hanno lasciato qualcosa più loro a me, che io a loro.

E altri interessi?

Qualsiasi sport, vedo qualsiasi sport dal basket al tennis…

Uno sportivo a 360° quindi.

Sì, poi per il resto faccio le stesse cose di un normalissimo 23enne, esco con gli amici. Sono un ragazzo normalissimo che fa uno sport un po’ particolare.

Superstizioso?

Sì. Ahimè, sì. Ho i miei piccoli riti come un determinato calzino, la stessa maglia.

Svelaci qualche aneddoto!

Quando vinsi la mia prima gara under20 avevo un paio di calzettoni, una maglia e un paio di boxer che, fin quando non si sono lacerati, ho sempre utilizzato e poi ho dei piccoli oggettini che cerco sempre di portare con me, ingenuamente. E’ divertente vedere come si possa credere in certe cose, però anche io ci credo.

L’augurio che ti fai?

L’augurio che mi faccio è vedere le maggiori soddisfazioni possibili in quello che ho scelto di fare, di farlo sempre col massimo della serenità e avere la carriera più lunga possibile.”

(FOTO AUGUSTO BIZZI)

Maria Elena Marsico

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